Quando Nicolas Polli mi ha fatto vedere la prima bozza del suo libro When Strawberries Will Grow on Trees, I Will Kiss U, ho tirato un sospiro di sollievo. Era maggio, eravamo a fine lockdown, e l’ultima cosa di cui avevo bisogno era trovarmi di fronte una bella storia, un progetto appassionante, un’idea originale… Ancora di più, non avrei sopportato un altro lavoro sull’esperienza della quarantena. Mi sentivo sola, e in cerca di qualcosa – di un qualcuno – che non riuscivo a trovare, ma quel mio stato interiore non c’entrava niente con l’isolamento forzato. Era, per me, una condizione normale, con cui convivevo da anni: un vuoto da riempire con la mia quotidianità fatta di piccoli successi e gratificazioni professionali. Non ho mai pensato di essere l’unica, anzi, mi sono sempre chiesta cosa ci fosse al di là della maschera che ognuno di noi indossa quando si confronta con gli altri, meccanismo di difesa a cui dopo tutto è normale ricorrere. Tutti lo facciamo. Il problema si pone quando, al posto della maschera, finisci per indossare un’armatura, un guscio inscalfibile dentro cui conservare al fresco le tue insicurezze.

Con When Strawberries Will Grow on Trees, I Will Kiss U, Nicolas Polli demolisce questo guscio pezzo per pezzo, senza tanti giri di parole. Con una sensibilità disarmante, mette in scena l’agonia che ognuno di noi ha provato una volta nella vita – quella di sentirsi sperso senza un’altra persona. Manchevole di qualcosa, manchevole di qualcuno. Logorato dai ricordi e allo stesso tempo inquieto per un futuro che tarda ad arrivare. Le immagini che Nicolas costruisce sono il frutto di un’attesa dilatata, una sensazione di vuoto e incompletezza che si appiccica alle pareti di casa e si impasta con il sudore tra le lenzuola. Una ricerca spasmodica di tracce che non esistono – il segno di un passaggio che non c’è stato. E i testi che accompagnano le fotografie mi ricordano i pensieri che faccio sotto le coperte, quando non c’è motivo di mentire a se stessi. Frasi estrapolate da un discorso senza filtri con un “TU” indefinito – un “U” immaginario, un potenziale, una possibilità. Queste parole abbozzate agiscono come didascalie imperfette (“Am I growing or am I just waiting?”), haiku inviati su WhatsApp, attraverso cui è più facile capire il significato delle immagini.

In un periodo in cui il mondo si è accartocciato su se stesso e la parola resilienza è entrata nel vocabolario di milioni di persone, Nicolas Polli decide di remare contro corrente, esce allo scoperto e si mette a nudo: è lui, solo, nella sua casa, in balìa di una solitudine che si nutre dei momenti di stasi, delle pause, dei giorni in cui “oggi non ho niente da fare”. Ma con il lockdown quei giorni diventano sempre di più e allora la solitudine prende il sopravvento. È inutile nasconderla, è lì tra le bucce di banana sul tavolo della cucina, annidata in mezzo ai piatti da lavare e i tubetti di dentifricio usati, colonne in bilico che si tengono in piedi solo per miracolo, sintomo di un equilibrio che non gode di ottima salute. Spostandosi tra avanzi di cibo e calzini sporchi, Nicolas non rinuncia però al desiderio di quel “U” immaginario a cui ormai un po’ si è affezionato e che ha imparato a riconoscere nella sagoma sinuosa di una pasta a forma di conchiglia e nella consistenza del miele che sta per finire. Eccole, le tracce di un passaggio che non c’è mai stato, impronte da seguire per soddisfare – anche – il proprio ego, il bisogno di una parola dolce e di una carezza “un po’ speciale”.

When Strawberries Will Grow on Trees, I Will Kiss U non è una storia personale, non è un’autobiografia, non è un diario. È un ritratto sincero della vulnerabilità, fatto e visto attraverso gli occhi di chi la vive. Forse non è un libro per tutti, ma sicuramente è un libro per noi che ci sentiamo soli, e che adesso sappiamo di esserlo un po’ meno.

Per approfondire il progetto, ho fatto due chiacchiere con Nicolas Polli.

Ci racconti come è nato il progetto?
Sono una persona che difficilmente può restare periodi senza fare nulla e cerco di riempire le mie giornate di cose da fare per non pensare troppo a me stesso. Come tanti altri designer, con l’arrivo della pandemia e del lockdown ho visto il mio lavoro e i miei impegni rallentare e in alcuni casi fermarsi del tutto. Questo mi ha forzato a modificare un po’ il mio modus operandi ed è arrivata una grande paura per il mio futuro, sia lavorativo, ma soprattutto personale. Improvvisamente, sono stato costretto a pensare al mio presente emotivo e questo mi ha gettato in un profondo stato di tristezza e di depressione. Tutti i pensieri che ho cercato di evitare in questi anni sono tornati di colpo, in un istante… Le mie relazioni passate, il mio bisogno di cercare un rapporto… Tutto si è concretizzato davanti a me nella comprensione che in realtà ciò che stavo portando avanti era una vita vuota – piena di cose, sì, ma superflue, senza uno scopo reale. Questo mi ha buttato molto giù e ho cominciato a passare le giornate senza fare nulla, assolutamente nulla. Non riuscivo più a trovare la forza di attivarmi.
Ad un certo punto, in un momento pesante di depressione, una mia amica mi ha scritto e mi ha chiesto cosa stessi facendo in quel periodo. Panico. Non sapevo cosa risponderle, perché non potevo dirle cose cosa stavo facendo davvero – ero fermo nel letto a guardare il soffitto… Ho mentito, rispondendo che stavo facendo delle fotografie, e lei mi ha chiesto di fargliele vedere. A quel punto ero obbligato a farle. Così ho cominciato a scattare delle fotografie nulle, che però mi hanno permesso di cominciare un qualcosa. Più scattavo e più mi accorgevo di trovare un senso visivo a tutto quello che stavo facendo. Mi sono reso conto che ciò che facevo poteva essere un modo per riformulare qualcosa a cui non riuscivo a dare un senso attraverso i soli pensieri. L’idea di creare un progetto mi permetteva di somministrarmi a tratti una piccola parte del male che provavo e questo mi portava a comprenderlo meglio.

In questo lavoro il testo ha un ruolo molto importante. In che modo contribuisce alla narrativa del libro?
Dopo una decina di scatti che avevo fatto mi sono reso conto che per me le fotografie erano una logica risposta a quello che provavo, ma non lo era in realtà per gli altri. Soprattutto, mi sembrava che le immagini da sole potessero essere una risposta visivamente interessante, ma priva di qualsiasi energia. Volevo permettere al fruitore del libro di avere un secondo ordine di lettura del progetto stesso, andando oltre al mio rapporto con lo spazio, che è poi il soggetto delle fotografie. Le piccole poesie che ho scritto permettono di comprendere il mio rapporto con i pensieri, la percezione di qualcun altro che non c’è nelle immagini perché non è fisicamente presente. In questo libro, la fotografia rappresenta la relazione tra me e quello che ho, ovvero solo lo spazio e nessun altro. Le poesie mi hanno permesso di inserire nella narrazione questo ipotetico “U” che mi manca e che non ha un vero volto perché non esiste, fornendo una chiave per leggere le immagini in maniera diversa. Sai, ho trovato molto interessante che un sacco di gente che ha comprato il libro è stata spinta a farlo dalle immagini che ha visto su Instagram. Fotografie belle, molto di impatto, che funzionano molto bene dal punto di vista estetico anche in maniera “superflua”, o comunque immediata. Il progetto invece è carico di contenuto e di significato, ma questo non è comprensibile a primo impatto da ciò che si vede sui social media. Così quando alcune persone, una volta ricevuto il libro, hanno visto determinate immagini che avevano già visto sui social, ma messe in relazione con i testi che ho scritto, mi hanno scritto un po’ scioccati, dicendomi che non si aspettavano quel tipo di progetto… Hanno avuto una percezione diversa e si sono visti sbattere in faccia una realtà che non volevano vedere, o che comunque non si aspettavano.

Banane, zucchine, zenzero, pane… In moltissime immagini il soggetto è il cibo. Come mai?
Quando mi sono trasferito nella nuova casa, a gennaio, una persona che mi ha aiutato nel trasloco mi ha detto “Ma tu non hai nulla!”. E infatti è vero. Se togliamo tutto quello che mi serve per il lavoro, io non ho assolutamente nulla, niente oggetti personali bizzarri che posso usare nei miei scatti, niente fondali fighi per fare belle fotografie… Niente. Quindi quando dico che il cibo è l’unica cosa che ho a casa, è vero. E poi, quando sei da solo da così tanto tempo, ti crei un rapporto bizzarro con il cibo…  

Vero, una specie di rapporto simbiotico forse. E poi, nelle tue immagini il cibo si trasforma anche in una sorta di feticcio sessuale, avviene quasi come una sorta di transfert per cui rappresenti con l’unica cosa che hai quella che invece vorresti avere. E qui mi collego al discorso che hai fatto prima: le immagini che hai realizzato hanno un appeal molto forte dal punto di vista estetico – sono molto “instagrammabili” – e alcune di queste rimandano più o meno esplicitamente a elementi erotici e sessuali…
Già, penso che questo sia un tipo di approccio fotografico che riconosce il potere mediatico di un’immagine singola e la sfrutta, e non sono il solo ad adottarlo ovviamente. Io so che facendo una fotografia a una banana avrò un certo riscontro perché è un simbolo fallico e riuscirò ad ottenere qualcosa attraverso quel simbolo, e questo soprattutto attraverso i social media. Ma le stesse immagini, contestualizzate all’interno di un libro – ed è per questo che un lavoro fotografico ha valore rispetto a condividere semplicemente delle foto su Instagram –, acquisiscono una forza che è determinata dall’equilibro con le altre immagini, e in questo caso anche con le poesie. Tutto questo crea un valore ultimo che supera “l’instagrammabilità” dell’immagine. Come fotografo ho la consapevolezza che posso usare determinate immagini sui social network perché funzionano, ma so anche che se la forza delle mie immagini si ferma a quell’utilizzo allora sto sbagliando qualcosa.

A proposito di carica erotica delle immagini, nel libro c’è una parte centrale dove le immagini si confondono, si sovrappongono e perdiamo il senso di orientamento.. Queste pagine inoltre sono stampate su un tipo di carta diversa. Che cosa rappresentano?
Ci sono diversi modi di leggere l’editing del libro e uno di questi è una specie di viaggio all’interno della mia sessualità in un momento di solitudine, quindi chiaramente ci sono vari riferimenti alla masturbazione, un argomento solitamente abbastanza taboo, ma che trovo fosse importante definire all’interno di questo progetto. La mancanza di un’altra persona, di un “U” indefinito, porta al desiderio di un qualcosa non soltanto sentimentale ed emotivo, ma anche chiaramente il bisogno del contatto, di un’energia fisica che è parte fondamentale di ogni rapporto. E quindi l’editing stesso del libro può essere percepito come un momento di autoerotismo: durante la prima parte del libro c’è un crescendo importante, con dei picchi di erotismo, con delle fotografie che diventano sempre più esplicite e con la presenza sempre più importante delle dita, che evidenziano la fisicità del momento sessuale, e poi ad un certo punto entriamo in questa specie di estasi che ha due aspetti: da un lato mostra l’elemento del desiderio, quindi il corpo, e lo mostra in modo molto confuso, quasi come se fosse un sogno, qualcosa di molto bello… le immagini cominciano a fluidificarsi, il desiderio porta a un’estasi totale. Dall’altro, però ci sono degli elementi molto importanti da considerare in queste immagini, perché se le guardiamo meglio ci rendiamo conto di tre livelli: c’è l’immagine nello schermo, c’è l’immagine dello schermo (si intravedono proprio le ditate e lo sporco sullo schermo, che rappresentano una degradazione dell’atto stesso di fare dell’autoerotismo, per esempio guardando filmati porno e simili), e poi c’è un terzo livello, una sorta di censura, ovvero le mie mani, che da un lato provocano e cercano l’atto sessuale, dall’altro lo nascondono. Questo è un lavoro sulla solitudine e per questo mi piace mettere in evidenza il fatto che ci siano due corpi, quello nello schermo e il mio… due corpi che però non si possono toccare. Attraverso l’escamotage fotografico sembrano avvicinarsi, ma in realtà non si avvicineranno mai.

Questo è un progetto che mette in mostra, senza compromessi, il tuo lato vulnerabile. Hai mai pensato che pubblicarlo ti avrebbe in qualche modo “danneggiato”? O comunque ti sei mai detto “forse è meglio che non lo pubblico”?
Sinceramente io penso di uscirne più forte che indebolito. Vedo sempre di più il bisogno di esprimere, come uomo, la mia emotività, prendendo le distanze dalla figura del maschio alfa. Penso che in un periodo del genere in cui abbiamo molto bisogno di discutere di determinate tematiche, vedere il lato debole di una figura professionale, al di là della sua immagine pubblica, sia molto importante. Nessuno è come vuole far sembrare. Tutti hanno i loro momenti di down ed è giusto mostrarli. Per me è una parte forte di me ed è giusto che la mostri, me ne sto rendendo conto sempre di più ed è per questo che dico che pubblicare il libro è servito principalmente a me, perché mi sento molto più forte e pronto ad esprimermi, sia con i miei cari che con le persone che conosco e che mi stanno attorno. Il progetto mi ha permesso di parlare con tante persone molto più liberamente, mi sembra che gli altri si sentano più in grado di discutere con me di questa tematica proprio perché ho dato loro le chiavi per farlo.
Però, devo dirti che ho avuto alcuni dubbi sul fatto di pubblicarlo, ma per un’altra ragione. Avevo paura sinceramente che potessero venire fraintesi i riferimenti erotici e sessuali presenti nel libro… Insomma, ho avuto dubbi per esempio se mettere davvero una vulva in copertina, non ero sicuro di farlo… Avevo paura che potesse venire mal interpretato, o che potesse mettermi in cattiva luce, mentre invece per me era un gesto molto importante.

Credo che questo sia un progetto molto personale, ma allo stesso tempo anche “universale”. Chi, sfogliando il libro, ci trova dentro se stesso, ne riceve qualcosa di davvero bello. Quando l’ho visto, mi sono detta “ah… allora non sono l’unica! Finalmente possiamo parlarne!”
Sì esatto, possiamo parlarne, e questa è una cosa bellissima! Quando ho fatto vedere il progetto a un mio amico artista, che ho sempre visto come un personaggio tutto d’un pezzo, lui si è messo a piangere. Abbiamo avuto una discussione assurda sui rapporti sentimentali e la nostra parte emotiva. Ed è stato bellissimo. È così tossico il fatto di dover nascondere determinati pensieri e dover pensare che si è sempre da soli in tutto questo… Tutto ciò ti mette in una situazione di disagio incredibile, e finisce che non ne vuoi parlare perché il solo fatto di metterti a nudo ti spaventa. Ma non è così, dobbiamo imparare a farlo.

Quando ho letto il colophon mi è venuto spontaneo sorridere. L’autore delle fotografie, delle poesie, del design e del testo alla fine del libro è sempre lo stesso: Nicolas Polli.  Solitamente lavori come graphic design per altre persone, questa volta come è stato mettere tutto te stesso dentro questo progetto, sia a livello emotivo e creativo? Voglio dire, tenendo in mano il libro ho davvero avuto l’impressione che questo sia tu, nella tua totalità.
Sai, rispetto a Ferox (n.d.r. il suo lavoro precedente) che era molto più studiato, più riflettuto e più intelligente nelle scelte e negli aspetti grafici, questo lavoro è stato molto emotivo e spontaneo. C’era un momento in cui volevo fare scrivere il testo finale a un’altra persona, ma poi mi sono reso conto, anche grazie al consiglio di amici, che non aveva senso e che dovevo scriverlo io. Il fatto di poter fare tutto insieme (dalla fotografia al design, dai testi alla pubblicazione), mi ha aiutato a trasmettere un’energia diversa che secondo me traspare nel libro.
Tutto il processo è stato molto organico e spontaneo, mi veniva in mente una cosa e la facevo, avevo tutto il quadro sotto controllo. Per esempio, nell’edizione speciale c’è un booklet con tutti i disegni preparatori delle fotografie che avevo in mente, perché è così che lavoro: ho un’immagine in mente, la disegno e la posiziono lì dove deve stare all’interno della sequenza, anche se non esiste ancora come fotografia. Mi aiuta ad avere una visione d’insieme.

Oltre che fotografo, designer e “poeta”, sei stato anche publisher del libro. Come hai gestito il pre-sale?
Ciò che mi aiuta come publisher (n.d.r. Nicolas è fondatore della casa editrice Ciao Press), e che mi ha aiutato nel pre-order di questo libro, sono senza dubbio i social network. Penso che non avrei venduto una copia se non avessi avuto una presenza importante su Instagram. Come dicevamo prima, il fatto che le immagini siano “belle” e che funzionino anche singolarmente – differenza fondamentale rispetto a Ferox – è stato decisivo. In questo progetto, la gente può innamorarsi facilmente di una fotografia singola che vede su Instagram, e quell’immagine singola può portarla ad innamorarsi del progetto e quindi poi a comprare il libro. Per la promozione del libro, ho deciso di giocare su una decina di fotografie e dargli una sorta di non valore: completamente de-contestualizzate, queste immagini conservavano comunque la loro forza visiva, e questo mi ha permesso di vendere un bel numero di copie con il pre-order, permettendomi di procedere con la pubblicazione.

In conclusione, cosa hai imparato da questo progetto? Abbiamo davvero bisogno di un altro “U”? O possiamo farcela da soli?
Devo dire che non sono tanto ottimista. Certo, pubblicare il progetto mi ha aiutato a capire che non sono solo, che ci sono tantissime persone che si trovano nella stessa situazione e che provano o hanno provato sentimenti simili. Ma non è che finito questo progetto mi sono detto “ottimo, ora posso vivere da solo e va benissimo così!”. Anzi, mi rendo conto ancora di più di quanto sia importante uscire da una situazione di sconforto attraverso qualcun altro. Siamo esseri umani e penso che, chi più chi meno, tutti abbiamo bisogno di un altro essere umano per sentirci più completi. Abbiamo bisogno di qualcun altro che ci possa completare e che ci possa anche creare dei problemi, oltre che portarci soluzioni, perché secondo me una parte essenziale di questo bisogno è anche sobbarcarsi i problemi di qualcun altro e non solo i tuoi. Quindi se l’obiettivo iniziale era quello di voler superare questo bisogno di avere un altra persona affianco… non ce l’ho fatta, e forse non ci riuscirò mai. Avrò bisogno sempre di un’altra persona per riuscire a salvarmi. Ed è giusto così. Ho imparato ad accettare questo bisogno, ho imparato che è legittimo aver bisogno di qualcun altro, in qualsiasi cosa nella vita. Non solo per quanto riguarda l’amore.