The Stand di Stephen King: sul set con Nat Wolff

Il re dell’horror, Stephen King, torna in TV. Il romanzo The Stand diventa infatti un racconto a puntate in arrivo dal 3 gennaio su Starzplay (disponibile su Amazon Prime Video, Apple Tv, Rakuten e Vodafone Tv). Un inizio d’anno da brividi per questa storia post-apocalittica che racconta la vita sulla Terra all’indomani di una pandemia che ne ha quasi sterminato del tutto la popolazione. Nessun riferimento all’attualità: “L’ombra dello scorpione” (questa la traduzione italiana del titolo) ha oltre 40 anni, ma la contemporaneità della paura instillata nella vicenda rivive ancora oggi.

The Stand

Whoopi Goldberg ion The Stand

James Minchin

La trama

Il mondo è polarizzato tra Bene e Male, due fazioni che si danno strenua battaglia: da un lato c’è madre Abagail (Whoopi Goldberg), dall’altro l’Uomo Oscuro, Randall Flagg (Alexander Skarsgard), che continua a radunare seguaci leali e disposti a tutto tra cui Lloyd (Nat Wolff). Chi pensa di sapere come va a finire la storia deve ricredersi, perché lo scrittore ha rimesso mano all’epilogo a puntate cambiandolo rispetto a quello del romanzo.

Nat Wolff in The Stand

The Stand

Nat Wolff in The Stand

Robert Falconer

La parola a Nat Wolff

L’attore, che ha ottenuto lo status di grande promessa con Colpa delle stelle, ha incantato la Mostra del cinema di Venezia con il film Mainstream di Gia Coppola accanto a Maya Hawke, anche se non è stato presente fisicamente in Laguna. Per il 26enne californiano si tratta di un momento d’oro. Non stupisce che sia stato scelto per il ruolo in The Stand, di cui il produttore Josh Boone gli parla da otto anni.

Cosa l’ha spinta verso questo ruolo da villain, a cui il suo pubblico non è abituato, dopo tanti ruoli da eterno adolescente?
Negli ultimi anni mi sono concentrato su progetti di spessore, con temi che possano innescare un dibattito sociale perché credo nel valore della cultura. “The Kill Team” (nel cast di nuovo con Alexander Skarsgard, ndr.) si parlava di mascolinità tossica, in “Mainstream” il tema è l’ego, stavolta con “The Stand ”affronto il tema della pandemia, che oggi ci tocca così da vicino.

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Avete girato durante la pandemia?
Pochi giorni dopo l’ultimo ciak è scattata la quarantena a Los Angeles e stiamo entrati in lockdown.

È dotato d’istinto di sopravvivenza o capacità tali da cavarsela in una situazione simile a quella di “The Stand”?
Non penso proprio, in questo sono piuttosto scarso, anzi avrei zero chance di uscirne illeso.

In “Mainstream” è stato diretto da una donna, Gia Coppola, ha notato differenze dietro la macchina da presa?
A parte mia mamma (Polly Draper, ndr.), Gia è stata l’unica regista con cui abbia collaborato finora e ho capito che l’universo femminile ha una marcia in più, sul set si respira una maggiore apertura, una collaborazione intensa e un forte spirito d’uguaglianza, quindi lo preferisco di sicuro.

Alexander Skarsgard in The Stand

The Stand

Alexander Skarsgard in The Stand

James Minchin

In “Mainstream” ha toccato, appunto, il tema dei social media. Cosa ne pensa?
La nostra epoca offre opportunità incredibili, ma porta con sé molti svantaggi: la rete, specialmente se parliamo di cyberbullismo, può diventare una trappola. Negli Stati Uniti, ad esempio, si sta verificando un altro tipo di epidemia, quella del suicidio tra adolescenti e serve una maggiore consapevolezza del problema, ad esempio con espliciti richiami di pericolo. Faccio un esempio, la casa discografica che cura la mia musica mi chiede una presenza attiva online e così fino a poco tempo fa la prima cosa che facevo aprendo gli occhi al mattino era controllare il profilo Instagram. Non era affatto sano.

I progetti artistici che abbraccia riflettono le ansie e le paure del nostro tempo. Lei cosa teme di più?
Prima delle elezioni temevo che Trump restasse alla Casa Bianca, lo considero una presenza malvagia e la sola idea di ritrovarlo al potere mi annichiliva.

Altri temi sociali a cui è sensibile?
I cambiamenti climatici sono una questione urgente da affrontare. Credo che sia tutto correlato, incluso il Covid-19: i problemi sorti nel mondo sono in qualche modo riconducibili alla mancanza di rispetto da parte dell’uomo.

The Stand

The Stand

The Stand

James Minchin

A chi s’ispira nella vita e nel lavoro?
I miei genitori restano il mio faro più luminoso, ma da quando ero bambino ho sempre nutrito una grande ammirazione per Paul McCartney, che ha settato per me un parametro di eccellenza. La scorsa estate al ristorante l’ho visto e, anche se per anni ho pensato a cosa avrei voluto dirgli se lo avessi incontrato, alla fine gli ho solo detto grazie.

Che tipo di ragazzo era?
Uno cresciuto con il poster di Taxi Driver, i DVD dei film classici, come Kramer vs Kramer. E poi mamma e papà rappresentavano i miei eroi sul palco e in scena. Mi hanno insegnato a lavorare con gente con cui mi fido, come il mio amico Andrew Garfield, è questo che ti dà grande libertà.

Musica e recitazione a parte, in cosa eccelle?
Nel ping pong sono praticamente un campione olimpico!

E in cosa, invece, non se la cava affatto?
Quando sono al volante cerco d’impegnarmi almeno a non fare danni, infatti i miei amici mi dicono che alla guida sono un pericolo pubblico.

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